lunedì 27 giugno 2011

Nuova Maniera


La Nuova Maniera
Qualche anno dopo la morte di fra' Girolamo Savonarola avvenuta nel 1498, giustiziato per aver attaccato la corruzione della Chiesa di Roma e il lusso scandaloso dei Medici a Firenze, un'altra voce di protesta si leva in Germania da un frate domenicano Lutero. Lutero concepiva una chiesa riformata senza immagini, mentre Savonarola auspicava alle immagini come una Bibbia per analfabeti.
Gli artisti non si sentirono coinvolti da questa nuova ondata fino al 1527 quando l'esercito imperiale, composto da truppe luterane, prese d'assalto Roma dandosi al saccheggio e alla profanazione delle chiese.
Nel 1545 si aprì il Concilio di Trento che si occupò della politica della Chiesa, e i reazionari ecclesiastici erano abbastanza colti da capire che l'arte è un potente strumento di propaganda: le immagini parlano agli incolti, quando non ci riescono le parole. Fu decretato che l'arte religiosa dovesse raffigurare le cose in modo inequivocabile; la nudità era malvista. Le figure nude del Giudizio Universale di Michelangelo furono molto discusse e Papa Paolo IV ordinò che si dipingessero panneggi sui lombi esposti.
L'arbitro ultimo di tutte le questioni era Dio, o i suoi rappresentanti sulla Terra.
I Gesuiti, che parteciparono attivamente alle decisioni del Concilio, compresero anche che non è la severa austerità a far leva sull'animo ma l'emozione estatica che penetrava nel cuore degli uomini; non solo prendendo la riforma luterana in contropiede, all'austerità dei protestanti oppongono lo splendore che fa appello ai sensi e ordinano agli artisti di coprire le chiese di marmi, lapislazzuli, bronzo e oro, al fine di rendere attraenti al culto i luoghi per la massa dei fedeli. Le opere della Controriforma si rivolgono così ai sentimenti e alle e mozioni del popolo in opposizione a quelle Rinascimentali rivolte all'intelletto e a pochi eletti.
Coloro che continuavano a tenere vivo l'umanesimo del rinascimento rischiavano la censura se non peggio: Paolo Veronese nel 1453, fu costretto a difendere l'opera La Cena in casa di Levi davanti all'Inquisizione che pretendeva di sapere perché contenesse figure non menzionate nella Bibbia, ed egli dovrà correggere il quadro.
Ciò che importava nei quadri religiosi è che nulla allontanasse il pensiero dal soggetto. I paesaggi che a poco a poco si erano integrati nelle scene religiose, ne vennero espulsi acquistando una vita propria, così come le scene familiari e le nature morte.
Pontormo (1494 - 1556)
Egli evita qualsiasi riferimento di luogo e tempo e trasforma l'evento sacro in una danza allucinata e immateriale grazie all'adozione di una gamma di tinte pastello prive di chiaroscuro, per esprimere senza alcuna interferenza il valore tragico dell'evento

sabato 10 luglio 2010

IL POETA NELL'ETÀ DELLA GUERRA


Questa intervista a Edoardo Sanguineti è stata realizzata a Palermo in occasione dei quarant’anni del Gruppo 63. A distanza di cinque rocamboleschi anni, i temi affrontati non hanno perso nulla della loro bruciante attualità. La questione scottante era la costruzione di un presente alternativo a quello mistificatorio e oscurantista che sta segnando la vita politica e culturale del nostro paese e non solo...



Inizierei subito domandandole: che cos’è un poeta oggi?
Credo che per certi riguardi si ponga lo stesso problema che si è posto sempre almeno nel mondo moderno e in largo senso, cioè un lavoro che muove da iniziativa personale e che può avere le ragioni psicologiche più diverse, oltre che di stimoli sociali sempre notevoli che variano nel tempo e socialmente e cioè un bisogno, dico molto genericamente di comunicazione. A me piace esprimere questa cosa in questi termini, cioè ci sono due modi di porsi il problema: o si considera che c’è un poeta che è poeta e in quanto poeta, per sua natura, indole produce poesie perché ha una natura acquisita o naturale poetica, o viceversa qualcuno che propone dei testi poetici e poi questi trovano un consenso sociale che può essere molto limitato, può essere clamorosamente risonante, può avere alti e bassi durante la propria esistenza.
Io sono di questa seconda opinione: cioè si è poeti quando la comunicazione giunge a un committente (?) che una volta poteva essere quello di una corte, di una autorità, di una società ristretta, aristocratica, un’accademia. Nella storia, come dire, gli strumenti di collocazione, i committenti più o meno espliciti evidentemente sono stati molto diversi. Se questa risposta esiste, allora si è poeti. Ma non perché ci sia qualche punto di partenza a priori che non sia il generico bisogno, che tutti abbiamo, di comunicare che può assumere questa forma, chi sperimenta questo tipo può trovare una risposta o no.
Edoardo Sanguineti - courtesy FotoGrafia Festival, Roma
Nel mondo moderno, in senso più stretto, nel mondo dell’età borghese ci si trova di fronte non più a dei committenti espliciti o a dei controlli culturali come può essere una società letteraria del tipo l’Arcadia, ma di fronte a quell’ente molto indeterminato che è il pubblico e che alla fin fine si concreta nell’acquirente dell’opera. Questo vale per il quadro come per la musica, che non nasce più da una committenza netta, se non per quel tanto che sopravvive in contraddizione... Ci può essere una società concertistica, un teatro che propone un’opera. Però il fatto che questa possa trovare o no consenso onorevole dipende da un pubblico pagante indeterminato, è una condizione, come si dice, di merce. Mi sembra che questa sia l’origine del fenomeno.

È uno scenario cinico...
Sì, necessariamente. Trovo la parola ‘cinico’ positiva, nel senso che la si può identificare col realismo. Se cerco di guardare la realtà così come essa è in quel che sono le sue strutture essenziali, lo sguardo può apparire evidentemente molto freddo, ma credo che sia una partenza necessaria e che sia inutile o pericoloso travestire in maniera diversa quelli che sono meccanismi oggettivamente prevalenti e a loro modo assolutamente condizionanti.
Naturalmente uno può passare la propria vita a scrivere versi e questi agire poi a distanza di molto tempo, nel senso che un vecchio che ha esaurito la propria carriera, spesse volte è defunto, e qui entrano elementi anche fortuiti, di buona sorte, se l’opera si salva. Allo stesso modo qualcuno che avuto un grande consenso iniziale può essere dimenticato o per sempre o per lunghissimi spazi di tempo. Le fortune sono molto varie.

Antonin Artaud - Autoritratto - 1947 - matita e gessetti colorati su carta - cm 55x43 - coll. privataForse ciò deriva anche da quanto lei osservava relativamente alla poesia della crudeltà, cioè questa dimensione in cui il pubblico diventa in qualche modo il secondo attore, se non il principale, rispetto alla poesia e alle arti in genere. Voglio dire che questa dimensione della crudeltà significa anche un modo di mettere in gioco un’autonomia rispetto a chi produce un testo?
Io mi rifacevo ad Artaud e al teatro della crudeltà, una necessità - come diceva Artaud - di rigore e di una produzione che risponda in qualche modo alle necessità, paragonabili alle necessità più elementari dell’esistenza. Perché, certamente, se il bisogno comunicativo per un essere sociale come l’uomo è primario, questo spiega anche perché si producano tante forme comunicative che possono andare dalla semplice conversazione, dal dialogo della vita quotidiana fino ai prodotti più rarefatti e culturalmente caratterizzati. Io credo nella possibilità di poter produrre dei testi che abbiano un forte valore alternativo e contestativo rispetto a quelle che sono le idee dominanti; ma qui non è più un terreno di constatazione dei meccanismi che reggono, ma di propositi di poetica.

Oggi si parla molto di questa dimensione del pensiero unico e di come vi sia in atto un becero revisionismo nei confronti della storia. E ciò produce anche nella conoscenza che non è addestrata alle trappole del revisionismo uno stato confusionale, un vuoto etico della conoscenza. Rispetto a questo scenario il poeta ha ancora l’obbligo di comunicare... cosa? L’esercizio poetico in quanto tale oppure cos’altro? la parola resistenza od opposizione rientra nelle sue preoccupazioni?
Credo che siano la stessa cosa, almeno se si vuol tener fede a una certa poetica che è una poetica di ordine critico, per cui l’intellettuale, ed è bene che il poeta si senta intellettuale, è un responsabile comunicatore di ideologia. A meno che il poeta ritenga che il mondo vada bene com’è, per cui ritiene impossibile pensare a qualsiasi alterazione di questo stesso mondo. Allora in questo caso si ritiene che "la storia è finita”, come affermano i teorici del neo-conservativismo americano, che hanno cercato di diffondere quest’idea ovunque; ormai il capitalismo ha vinto e non si può andare oltre. E allora se si accetta questo si capisce non c’è da fare un’apologia diretta di tutto questo: le ideologie sono morte e tutto significa tutto, ovvero niente, non c’è che il trionfo della merce e della violenza capitalistica, di guerre preventive che devono tutelare la natura delle cose, insomma dell’imperialismo di Bush...
Bin Laden
Oppure si pensa che la storia non è finita che siamo anche a un livello di proletarizzazione che non si è mai conosciuto, che lo sfruttamento ha raggiunto con la globalizzazione compiuta livelli assolutamente planetari, e a questo punto bisogna mobilitarsi e davvero cercare di resistere, opponendo una visione critica; allora a questo punto l’intellettuale riacquista delle possibilità che non sono quelle decorative, ma ripropone delle scelte che sono prima di tutto di ordine politico e sociale, e cioè: o sto dalla parte dello sfruttamento capitalistico e dell’élite di potere mostruosamente armata, oppure mi schiero dall’altra parte, convinto che la storia non è finita, anzi, per così dire, adesso viene il bello, sia pure un bello orrendo perché il capitalismo una volta diventato davvero planetario nella compiutezza della sua espansione non è più in grado di governare il mondo.
Quello che è impressionate nei Bush come nei Berlusconi in grande o nella sua parodia è questa incapacità di comprendere le cose, di governare le cose, per cui non sanno davvero più come affrontare non solo i piani economici - non c’è più un economista che ne azzecchi una e che sappia consigliare... È tutta una grande roulette che si sta svolgendo sotto gli occhi di tutti, ma insomma, si fa la guerra all’Iraq per scoprire che poi questa guerra è assolutamente irrisolubile, impraticabile, non riesce a rispondere più a nessuna delle pseudo-ragioni - perchè poi le motivazioni con cui si è mossa questa guerra erano assolutamente false e fabbricate, non c’erano le armi di distruzione di massa vantate, dunque c’è nessuna motivazione. L'attacco alle Twin TowersMa la cosa più impressionante è questa: la vecchia Cia o l’Fbi una volta avrebbero portato lì le armi, le avrebbe messe in qualche luogo opportuno e poi avrebbero gridato alla scoperta; hanno fatto così, hanno ammazzato presidenti, rovesciato governi, han fatto tutto quello che potevano per gestire il mondo e ci riuscivano. Ci riuscivano perché riuscivano a gestire il Cile come la Colombia in una maniera che era orrenda ma egemone.
Qui è rimasto l’orrore ma la capacità invece di gestire il mondo non sussiste più, e allora si possono trovare dei complici altrettanto incapaci di capire le cose come Blair, come Aznar o il nostro povero Berlusconi, pronti solo a una guerra preventiva, totalmente arbitraria e mossa da deliri; con l’idea totalmente fantastica di aver di fronte dei poveri terroristi fanatici quando hanno invece un uomo come Bin Laden, che è uno dei più ricchi capitalisti del mondo, tecnologicamente preparatissimo, tanto da riuscire a buttar giù due grattacieli, il che non è fatto da fanatici impreparati ma anzi da gente che sa benissimo gestire le tecnologie più raffinate.

Come dice Baudrillard, "loro l’hanno fatto, ma l’Occidente se l’è cercato”?
Sì, la violenza con cui il capitalismo si è impadronito del mondo ha suscitato delle reazioni, ma la lotta al momento attuale non è affatto una lotta fra capitalisti e proletari; i proletari al momento sono inconsapevoli, passano per essere i poveri della terra e la categoria povero è una categoria che risponde a modi diversi da quelli di un materialista storico. La povertà è un fenomeno ma non coincide necessariamente con la condizione del proletario. C’è un proletariato totalmente inconsapevole di sé, quindi non in grado al momento di organizzare una risposta adeguata.
Quello che esiste è la lotta fra due forme di capitalismo: un capitalismo, quello più legato alla tradizione classica e che trova incarnazione nel modello americano, e un altro capitalismo di ordine più spregiudicatamente finanziario, che è quello rappresentato da Bin Laden. Bin Laden non è un rappresentante di proletari che possa utilizzare dei poveri, trova un perfetto equivalente nei volontari dell’esercito americano che sono dei sottoproletari americani che si fanno volontari per sopravvivere, esattamente come i carabinieri nostri che sono andati là perché hanno dei contratti che permettono loro di sfuggire alla disoccupazione, di dare un po’ di soldi a casa, ma quello è appunto un esercito in qualche modo mercenario, come sempre più si configura una volta che si abbandoni il principio della grande tradizione democratica borghese, che per lo meno pensava all’esercito come espressione della nazione, come un dovere...
Oramai l’esercito è diventato un esercito di mercenari tecnologi raccattati però nelle fasce più povere della società. Come una volta il povero contadino, settimo figlio di una famiglia, doveva fare o il prete o il carabiniere...

Georges BatailleC’è ancora, da qualche parte, un’eredità delle avanguardie? Breton, Bataille, seppure in forme differenti se non opposte, hanno coniugato arte, esperienza di pensiero e politica, e questa coniugazione avveniva soprattutto in tempi di totalitarismo cruento, quindi con un forte rischio personale, come è accaduto a molti intellettuali soprattutto in Italia (Gramsci, Pavese e altri). Oggi invece sembra sussistere un’anestesia generale, un’indifferenza allarmante, un senso di passività che rende le cose ancora più facili per i revisionisti e il neofascismo mediatico...
Credo che Breton abbia avuto il grande merito di costituire un movimento che prima di tutto cercava di uscire dall’estetica. Il momento migliore è quando il programma non è affatto di creare di opere letterarie o d’arte, ma cercare di decifrare i comportamenti della psiche umana. Quando il Surrealismo proclamava inizialmente le libere associazioni, il delirio coltivato, il dar voce liberissima all’inconscio, era molto più interessato al funzionamento della psiche che non a risultati d’arte. Poi a mano a mano questo nucleo iniziale nei manifesti si è trasformato in prodotto estetico, e in questo le arti figurative giocano un ruolo essenziale, perché il gioco letterale, chiamiamolo così, poteva ancora essere in qualche modo sottratto a questa trasformazione...
Se faccio quadri è molto più difficile. Il quadro si presenta subito come un oggetto che vuole un mercato ed è chiaro che fare un quadro che non si presenti come opera d’arte è molto più precario: o faccio le tavole di Rorschach o cose evidentemente orientate come test o come pure proiezioni dell’inconscio, oppure a un certo punto io utilizzo l’inconscio a fini estetici. Però c’è il grande merito di aver fatto i conti precisamente con Freud come con Marx, o almeno di aver tentato di farli. Il momento del Surrealismo al servizio della rivoluzione, il momento in cui sia pure col dissenso evidente di Freud si cerca di praticare l’inconscio, vuol dire tentare di fare i conti con i due momenti culturali più rilevanti che si potevano avere nella prima metà del Novecento e che non sono affatto superati.
Quanto alla posizione di Bataille, è una posizione per molti aspetti più ricca di fascino, ma anche meno, credo, politicamente significativa.
Marx non ha mai pensato che necessariamente il proletariato avrebbe costituito la nuova società: il proletariato poteva essere sconfitto. Quando due classi, scrive Marx, sono in conflitto per l’egemonia, o l’una cade o cade l’altra o cadono tutte e due. Credo che la probabilità più alta che noi viviamo nei nostri giorni è il crollo di entrambe, e cioè che il mondo proletario - un proletariato che non sa di essere tale come l’intero continente africano, gran parte dell’India, la Cina forse sta tentando la via più spietata ma anche più avveduta di salvezza, ma tutto questo avviene all’interno di una condizione atomica, siamo seduti sopra mucchi di armi a portata di tutti, ormai è commerciabilissima - beh la cosa più probabile è veramente che siamo alla fine della storia umana.
Edoardo Sanguineti
Mi auguro che questa condizione, che ha un altissimo grado di probabilità, venga superata, ma temo che la vecchia talpa abbia poche probabilità di uno scavo razionale, in parte perché quando continenti interi sono ridotti in condizioni subumane - il caso africano è il più evidente, l’America Latina non sta allegra, le condizioni di dominio mafioso in Unione Sovietica sono catastrofiche, i casi della Cecenia sono del tutto paralleli a quello che può capitare in Afghanistan e in altre parti del mondo - il rischio è fortissimo.
Credo la talpa di Bataille non riesca a scavare altro che una fossa, ma si fa quel che si può fino all’ultimo.

Alcune sue prese di posizione provocano fastidio, forse perché coniuga poesie e impegno civile e in ogni caso perché, comunque, legge i fenomeni artistici sempre connessi o immessi direttamente in una dimensione che è sociale e politica a un tempo. Probabilmente è questo che da fastidio ad alcuni critici arruolati nelle liste del revisionismo o che provoca irritazione negli ambienti letterari accademici...
Sì, credo che questo effettivamente conti. Credo che il significato forte delle avanguardie sia in generale quello di avere precisamente dei programmi, che non vuol dire avere dei programmi estetici o non soltanto estetici, vuol dire cercare di radicarli in una visione del mondo e assumerne una responsabilità come intellettuale.
Io parto dall’idea che qualunque comunicatore ha un ruolo intellettuale perché comunica una sua visione del mondo; ma questo anche nella vita quotidiana: quando due persone chiacchierano della bontà di un cibo, stanno dialogando di una filosofia universale, perché dietro il più elementare comportamento sta una visione del mondo. Io ricordo sempre volentieri che se noi giudichiamo molto buoni i vini francesi è perché la Francia ha avuto un’egemonia culturale, economica e militare dopo la Rivoluzione Francese, tale da imporre all’Europa che il Bordeaux è una cosa eccellente, che il Cognac è il liquore migliore del mondo, dopodiché il mondo angloamericano ha contrapposto il whisky e oggi persino la Coca Cola, e quando si dice "ah! la Coca Cola o il McDonald’s
” è una lotta che solo apparentemente è di tipo economico. I no global, il rifiuto del logo pubblicitario, in realtà sono guerre economiche, perché se si paga la Coca Cola si modifica veramente l’economia di una nazione, di gruppi consistenti.
Edoardo Sanguineti
Se è vero che se si comunicano sempre messaggi ideologici, la condizione più ricercabile deve essere quella di cercare di capire il più possibile in che mondo siamo, come accadono le cose, che messaggi si contrappongono e che cosa sia più efficace volendo tutelare una possibilità di esistenza umana come prospettata, sia pure sempre con molta cautela, per via di negazione dal messaggio del materialismo storico, insomma da una possibilità di rivoluzione.
Chi pone i problemi in termini di pura letteratura naturalmente è completamente estraneo a queste cose, ma non è che sia privo di ideologia: è un intellettuale anche lui, ma reazionario. Io credo che valga la pena di sforzarsi di essere intellettuali, progressisti, si dica quel che si vuole... rivoluzionari e soprattutto realisti, che è forse il compito più importante. Qualche volta e volentieri dico che in fondo della poesia m’importa pochissimo; quello che mi importa è la politica e la poesia è uno strumento di comunicazione ideologica. Io lo faccio sapendo di farlo e sapendo - spero - abbastanza in che direzione mi muovo. Altri non sanno in che direzione si muovono e, quando lo sanno, questa direzione viene fuori così com’è, ed è una posizione di conservazione e di reazione.


domenica 20 giugno 2010

BLOG DI CIPIRI: José Saramago è spirato ,,,,#links#links#links#links





SitoInserito: Visibilità su Sito Inserito

SitoInserito: Visibilità su Sito Inserito

La bellezza è nel cervello di chi guarda





A che cosa serve l’arte? Che cosa vuole comunicare un artista? Il “senso del bello” è oggettivo o soggettivo? Sono tutte domande a cui cerca di rispondere la NEUROESTETICA.
Un’opera d’arte è “bella” perché aumenta la nostra conoscenza del mondo. E gli artisti non sono molto diversi dagli scienziati perché, attraverso un metodo e un linguaggio diverso da quello scientifico, hanno scoperto qualcosa di nuovo, “vedono” qualcosa che noi non vediamo, e tentano di comunicarcelo. E’ questa, in sintesi, la tesi di Semir Zeki, professore di neurologia presso lo University College di Londra che, intorno alla metà degli anni Novanta, ha fondato una nuova disciplina: la neuroestetica.
Il cervello è un artista…

semir zeki
Secondo Zeki l’arte, e soprattutto la pittura, è uno strumento straordinario per studiare i processi nervosi attraverso i quali il cervello percepisce la realtà. Di più: anche il nostro cervello quando “vede”, è un artista. In passato si pensava che la visione fosse un sistema passivo, cioè che l’occhio fosse semplicemente un canale attraverso cui passavano i segnali dall’esterno, che arrivavano al cervello così com’erano: l’immagine impressa sulla retina, si diceva, viene “proiettata” sulla corteccia visiva. Oggi sappiamo che la faccenda è ben più complessa. La retina opera una prima selezione: filtra i segnali visivi, registra le variazioni dell’intensità e della composizione spettrale della luce e trasmette queste sensazioni alla corteccia cerebrale. E qui parte un sistema elaboratissimo. La corteccia visiva comprende infatti una corteccia primaria (che agisce da “centro di smistamento”) e una serie di aree associative, che collaborano nell’interpretazione dei segnali. Ci sono per esempio cellule che reagiscono alle diverse lunghezze d’onda della luce trasformando queste informazioni in colori: i colori, quindi, di fatto non esistono, sono una costruzione del cervello sulla base di certe proprietà fisiche delle superfici. Ci sono poi cellule sensibili alla forma e cellule sensibili al movimento o all’orientamento spaziale (alcuni neuroni reagiscono alle linee orizzontali, altri alle linee verticali). C’è inoltre una vasta area specializzata nel riconoscimento dei volti e delle espressioni facciali, e aree sensibili ai movimenti del corpo. Inoltre la vicinanza del lobo temporale, e in particolare dell’ippocampo, risveglia le tracce mnemoniche e permette di confrontare l’immagine registrata con quelle già immagazzinate nella memoria.

le aree visive
In pratica il cervello opera una scelta tra tutti i dati disponibili e, confrontando l’informazione selezionata con i ricordi immagazzinati, genera l’immagine visiva con un procedimento molto simile a quello messo in atto da un artista quando dipinge un quadro. Il nostro cervello, cioè, non è un semplice cronista che si limita a registrare in modo passivo la realtà fisica del mondo esterno, ma è piuttosto un creativo: ogni volta che “vediamo” di fatto costruiamo nella nostra testa un’opera d’arte. Del resto il sistema visivo è un processo che si è evoluto lungo un arco di tempo di milioni anni: abbiamo imparato molto prima a vedere che a parlare. “E’ significativo il fatto che, di fronte a qualcosa di estremamente bello, non sappiamo spiegare la sua forza espressiva a parole” fa notare Zeki. “Si parla di ‘bellezza ineffabile’ perché il linguaggio resta muto, non è in grado di comunicarla. Forse proprio perché il sistema visivo, essendo antecedente al linguaggio, è molto più efficiente”.

sabato 5 giugno 2010

RUBENS E I FIAMMINGHI ....



Borea rapisce Orizia, olio su tavola, cm 146 x 140,5




RUBENS E I FIAMMINGHI
Como, Villa Olmo
Dal 27 marzo al 25 luglio 2010

Peter Paul Rubens


Como organizza la settima grande mostra a Villa Olmo.
I successi delle rassegne dedicate a Mirò, Picasso, Magritte, agli Impressionisti, a Klimt e Schiele, e ai maestri dell’Avanguardia russa Chagall, Kandinsky e Malevic, visitate da oltre 500.000 persone per una media annuale di circa 90.000 visitatori, hanno fatto del capoluogo lariano uno dei punti di riferimento del circuito espositivo italiano.
Le sale della settecentesca Villa Olmo si aprono dal 27 marzo al 25 luglio 2010 al genio di PIETER PAUL RUBENS (Siegen, 28 giugno 1577 – Anversa, 30 maggio 1640), maestro del Barocco.
Uno sforzo considerevole quello del curatore della mostra Sergio Gaddi, assessore alla cultura del Comune di Como, che insieme a Renate Trnek, direttrice della Gemäldegalerie dell’Accademia di Belle Arti di Vienna, è riuscito a radunare ben 25 capolavori del maestro fiammingo provenienti dalle collezioni della Gemäldegalerie dell’Accademia di Belle Arti, dal Liechtenstein Museum e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. Ideata dall’assessorato alla cultura del Comune di Como, la mostra presenta uno dei nuclei di Rubens numericamente più importanti finora mai esposti in Italia, oltre a 40 opere di artisti della sua cerchia, tra i quali il grande Anton Van Dyck, Jacob Jordaens, Gaspar de Crayer, Pieter Boel, Cornelis de Vos, Theodor Thulden.

“La mostra di Villa Olmo - commenta il curatore Sergio Gaddi - celebra la genialità e la modernità di uno dei maestri assoluti della pittura, che dopo quattrocento anni continua a sorprendere per la potenza grandiosa ed esuberante del segno che ha reso universale il Barocco europeo. Rubens è sempre contemporaneo perché fissa nel tempo l’infinita bellezza del mondo e riesce a infondere la vita alle sue creazioni attraverso la luce e il colore. La sua pittura è una festa per l’anima e per gli occhi, e le opere esposte a Como raccontano l’inesauribile gusto per la vita del grande artista e la prodigiosa forza di seduzione che nasce dalle sue visioni. Il consistente nucleo di opere di Rubens è integrato da una raffinata selezione di quadri di artisti variamente legati ad Anversa e all’atelier del maestro, che permette un viaggio appassionante nell’epoca d’oro della pittura fiamminga del Seicento”.




“Con Rubens e i suoi epigoni fiamminghi - sostiene il sindaco di Como, Stefano Bruni - Como si appresta a vivere un’altra straordinaria stagione di grandi eventi, un ulteriore passo di un percorso ambizioso iniziato nel 2004 e che a pieno titolo ci ha già inserito nel circuito delle città d’arte, con importanti benefici per il territorio, per la naturale vocazione turistica e per il prestigio della nostra città. Dopo sette anni, continuo quindi a sostenere e a credere nella straordinaria forza propulsiva delle mostre e nella loro capacità attrattiva”.

Il percorso espositivo studiato da Sergio Gaddi per le nove sale di Villa Olmo, si snoda attraverso i temi caratteristici della pittura di Rubens, come i soggetti sacri, i riferimenti alla storia e al mito, e contempla alcuni dei maggiori capolavori del maestro fiammingo.
Tra questi, le Tre Grazie (1620-1624), vero manifesto dell’ideale bellezza femminile del tempo e che Rubens rappresenta sul modello del gruppo scultoreo ellenistico ritrovato a Roma nel XV secolo. Rubens dipinse il motivo delle Tre Grazie diverse volte, come soggetto singolo o inserito in un contesto più ampio. In questo caso, i tre personaggi femminili sono impersonati nelle figure delle dee greche delle stagioni, vestite solo di un leggerissimo velo, che reggono un cesto di fiori, donando loro uno straordinario movimento circolare e un naturale ed elegante intreccio di braccia e di mani.
Borea rapisce Orizia (1615), vigoroso capolavoro e immagine guida della mostra, rappresenta il rapimento, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Orizia, da parte del barbuto e alato Borea, personificazione del vento del nord. Rubens fonde i due corpi in un avvolgente e fluttuante abbraccio, catturando il momento di transizione che dalla paura e violenza del rapimento conduce a un’estasi di amore e fantasia. Il corpo di Orizia, come quello di tutte le figure femminili di Rubens, è reso con un incarnato talmente realistico e vivo da far domandare a Guido Reni: “Ma questo pittore mescola il sangue ai colori?”
Due opere di straordinaria importanza presenti in mostra sono La circoncisione di Cristo (1605), che risponde a precise indicazioni iconografiche dettate dalla Controriforma di espressione chiara ed immediata di partecipazione al sentimento religioso, e la Madonna della Vallicella (1608) - forse la commessa di maggior prestigio che l’artista ricevette in Italia - due modelli per le pale d’altare della Chiesa dei Gesuiti a Genova e di Santa Maria della Vallicella a Roma, dove l’impostazione teatrale della luce e l’atmosfera cromatica rivelano l’influsso dei grandi pittori veneziani del Cinquecento, che Rubens aveva studiato durante il suo soggiorno a Venezia del 1600.
L’imponente dipinto Il satiro sognante, una delle opere più insolite del maestro fiammingo, realizzata tra il 1610 e il 1612 poco dopo il suo ritorno in Italia, colpisce, oltre che per la sua allegorica sensualità, per l’architettura della composizione che contrappone il gruppo composto da Bacco, dal satiro ubriaco e dalla Menade, a una traboccante natura morta, composta da un prezioso vasellame dorato e da una ricca serie di calici e coppe.
Un’assoluta rarità è Il giudizio di Paride (1605-1608), una delle sole quattro opere che Rubens realizza su tavola di rame, supporto inconsueto per un tema ricorrente nella sua pittura, più volte ripreso fino al famoso quadro del 1638-39 commissionato dal re di Spagna Filippo IV, ora al Prado di Madrid. È questo uno dei più incantevoli ‘poemi’ dipinti da Rubens, in cui tutto, dall’insieme della composizione, alle figure al paesaggio, al cielo che le sovrasta, si risolve nel colore e nella pittura stesa con pennellate fluide, fondendo in un unicum indissolubile sia le figure che l’ambiente che le circonda. Il dipinto raffigura la competizione tra le dee Giunone, Minerva e Venere per il titolo di donna più bella dell’Olimpo, giudicate da Paride.
Particolarmente significative sono le due grandi tele che raffigurano Vittoria e Virtù e Il trofeo di armi, appartenenti al ciclo che Rubens dedicò al console romano Publio Decio Mure (1616-1617). Il tema dei quadri è ispirato alle vicende dell’eroico condottiero vissuto nel IV secolo a.C., la cui storia è stata tramandata da Tito Livio. Le grandi imprese hanno sempre stimolato l’artista, tanto da fargli dire, in una lettera del 1621 indirizzata a William Trumbull: “Confesso che una dote innata mi ha chiamato a eseguire grandi opere piuttosto che piccole curiosità. Ciascuno ha la sua maniera. Il mio talento è di siffatta guisa che nessuna impresa, per quanto grande e multiforme nell’oggetto, potrà sormontare la fiducia che ripongo in me stesso”.
Di notevole valore storico, oltre che artistico, la serie dei piccoli oli su tavola di soggetto sacro, dipinti da Rubens come modelli preparatori per i 39 dipinti commissionatigli nel 1620 per i soffitti della chiesa dei Gesuiti di Anversa, opere che andarono poi distrutte dall’incendio della chiesa del 1718. La costruzione pittorica di particolare dinamismo e la prospettiva dal basso verso l’alto testimoniano la suggestione di Paolo Veronese esercitata sulla fantasia di Rubens. In questi preziosi lavori preparatori sopravvissuti è possibile incontrare più che mai la mano autografa dell’artista, che realizzava personalmente i bozzetti affidandosi poi alla collaborazione della bottega per il perfezionamento dell’opera finale.
AAccanto a questi capolavori di Rubens, la mostra di Villa Olmo propone 40 tele realizzate da pittori fiamminghi della sua cerchia, in particolare di Anton Van Dyck, amico del maestro e certamente l’allievo di maggior talento – di cui è presente, tra gli altri, il famoso Autoritratto giovanile e lo splendido Ritratto in armi del giovane principe - oltre che opere di Jacob Jordaens, Gaspar de Crayer e Theodor Thulden.
Tra i fiamminghi spiccano, per particolare pregio e minuzia del dettaglio, le nature morte di Pieter Boel, Jan Fyt e Jan De Heem in cui è possibile incontrare quella commistione di naturalismo, esotismo e artificialità tipica delle raccolte nobiliari delle kunstkammern tanto di moda nei Paesi Bassi del XVII secolo. È il caso di Natura morta con mappamondo, tappeto e cacatua di Pieter Boel o Natura morta con frutta e scimmia di Jan Fyt o ancora la sontuosa Natura morta con pappagallo di Jan Davidsz de Heem. Una variante della natura morta, molto apprezzata nelle Fiandre intorno alla metà del Seicento è quella delle scene di cacciagione, ben rappresentate in mostra da opere come Il pavone bianco di Jan Weenix (1693), o le due Natura morta con cacciagione, rispettivamente di Jan Fyt e Melchior Hondecoeter.
Don Chisciotte, cavaliere del Barocco è il nuovo progetto teatrale, a cura di Teatro in Mostra di Como, regia di Eleonora Moro, che anche quest’anno si affianca all’esposizione come evento parallelo di approfondimento didattico per indagare i legami tra Rubens e l’epoca barocca.
Catalogo Silvana Editoriale.

domenica 14 marzo 2010

giovedì 25 febbraio 2010

“Faber” unico e universale ......




.
Arriva a Roma l’esposizione multimediale e interattiva che racconta la vita di Fabrizio De André



Anche Roma, dopo Genova e Nuoro, rende omaggio a Fabrizio De André ospitando negli spazi espositivi del Museo dell’Ara Pacis, dal 24 febbraio al 30 maggio 2010

A 70 anni della nascita di Faber un percorso multimediale ideato da Studio Azzurro ne racconta la vita, la musica, le passioni che lo hanno reso unico e universale, interprete e in alcuni casi anticipatore, dei mutamenti e delle trasformazioni della contemporaneità.

“Fabrizio De André. La mostra”, a cura di Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia, è una sorta di narrazione virtuale, multimediale e interattiva che propone al pubblico un’esperienza emozionale nell’universo di“Faber”.
Scrivono i curatori: “Fabrizio aveva fatto sua la massima di Leonardo Sciascia, secondo cui un uomo di cultura ha il dovere di esprimersi in maniera popolare. La sua intelligenza aveva trovato fiato nella forma canzone. Attraverso questa ha sempre cercato di risvegliarci dal sonno della coscienza, dall’appiattimento programmato di un pensiero sbrigativo e di comportamenti asserviti. Con rabbia, con satira feroce, con semplice genialità, con quella sua dolce anarchia che voleva ricordarci, in ogni modo, di pensare con la nostra testa. La rivoluzione comincia dentro ciascuno di noi”.

La mostra affronta i grandi temi della poetica di De Andrè: la società del benessere e il boom economico degli anni ’60, gli emarginati e i vinti, la libertà, l’anarchia e l’etica, gli scrittori e gli chansonniers, le donne e l’amore, la ricerca musicale e linguistica, l’attualità nella cronaca, i luoghi rappresentativi della sua vita.

Accolgono il visitatore sei schermi trasparenti allineati in prospettiva ottica che raccontano altrettanti temi: Genova, l'amore, la guerra, la morte, l'anarchia, gli ultimi. Un percorso interattivo racconta la produzione discografica di Fabrizio. Una serie di piccoli pannelli,che riproducono le copertine dei principali dischi di studio, possono essere scelti e posizionati su appositi tavoli multimediali, attivando una serie di proiezioni.
Il visitatore potrà così “incontrare” Fabrizio, i suoi amici e collaboratori, il critico Riccardo Bertoncelli che, con i loro contributi, inquadreranno il periodo storico e il clima sociale in cui quel disco è stato prodotto, i meccanismi della scrittura e della registrazione.

Nel terzo ambiente appaiono i personaggi delle canzoni di Fabrizio. Vicino ai tarocchi originali, creati da Pepi Morgia per la scenografia della tournée de “Le nuvole”, sono posizionati tre schermi della stessa forma e dimensione. Sono tarocchi virtuali dentro cui appaiono trentuno personaggi. In uno spazio attiguo troviamo il pianoforte di Fabrizio anche una Sala Cinema - Fabrizio in video. Una dettagliata cronologia e nuovi “sguardi d’autore”, con stampe fotografiche di grande formato. Il visitatore potrà scegliere tra 25 immagini riprodotte su altrettante lastre di plexiglas che potranno essere inserite in apposite cornici su cavalletti, che ricordano in maniera stilizzata i vecchi banchi ottici. Una volta posizionate, le lastre attiveranno una serie di proiezioni di immagini, filmati, videointerviste e altro ancora, legati a un determinato periodo della vita di Fabrizio.
E infine nella nicchia sotto il monumento dell’Ara Pacis, Tracce di una vita quattro teche raccolgono una selezione di significative tracce di una vita.

Una mostra che invita il visitatore ad essere attivo a scegliere la propria immagine di “Faber” da sviluppare per sé, in relazione con il proprio vissuto.

venerdì 25 settembre 2009

Alexander Calder quando giocare è un arte.

Calder nel suo studio a Parigi


Tra i maggiori innovatori della scultura del XX secolo, artista molto amato in America e tra i più acclamati sulla scena internazionale, Calder, ha saputo cogliere lo spirito del suo tempo e fare del movimento, del colore e dell’ironia, le componenti fondanti della sua opera.
“..Quando ero piccolo possedevo molti giocattoli, ma non ero mai soddisfatto. Ogni giorno li ingrandivo e li abbellivo aggiungendo filo di ferro, rame e altri materiali... Più tardi ho giocato con giocattoli un po’ più complicati, ricchi di meccanismi...”
I mobiles, così chiamati da Duchamp, sculture di dimensioni, forme e colori diversi, lo hanno reso famoso in tutto il mondo e hanno rivoluzionato i principi dell’arte plastica, che per secoli era stata considerata come l’opposto del movimento. Parallelamente ai mobiles, Calder ha realizzato anche numerosi stabiles, sculture statiche costituite da piastre di metallo fissate con i bulloni. Negli anni ’60 e ’70, mobiles e stabiles hanno raggiunto dimensioni monumentali.
Calder nasce da una famiglia di artisti. Suo nonno, di origine scozzese, e suo padre erano entrambi scultori accademici di impronta neoclassica, ciò nonostante lo stile di Calder è assolutamente distante dalla tradizione accademica a cui essi si rifacevano.
Si laurea nel 1919 in Ingegneria Meccanica. Dopo la laurea intraprende diversi tipi di lavoro ma sempre con scarsa soddisfazione. Decide così di diventare un artista.
Guadagna il suo primo stipendio come artista nel 1924, quando comincia a lavorare come illustratore freelance per la National Police Gazette. Nel 1925, ottiene dal giornale un biglietto per assistere a due settimane di spettacolo del circo Ringling Brothers and Barnum & Bailey. Fu disegnando i numeri del circo, con le loro rapide sequenze di eventi, che Calder cominciò a esercitare la capacità di osservazione e la fluidità di disegno che avrebbero poi sempre caratterizzatole sue opere. Calder, che ha cominciato la sua carriera come pittore, ha realizzato dipinti, disegni, gouches, giocattoli umoristici, gioielli, arazzi e oggetti domestici d’ogni tipo, libri illustrati, litografie, le automobili e gli aerei dipinti.

Nel 1926 realizza il leggendario Cirque Calder in miniatura: per lo scultore, il circo, è stata una passione durata per oltre trent’anni che lo ha portato a realizzare miniature composte da più di 50 elementi con i materiali più disparati attinti dalla quotidianità. Oggetti curiosi, quali scatole di fiammiferi, pezzi di plastica colorata, tappi di sughero, filo metallico stoffa e quant’altro sono stati trasformati dalle mani dell’artista in splendidi personaggi, animali e attrezzi curiosi di un circo immaginario e ludico. Tra gli scultori contemporanei, l’amore di Calder per la sperimentazione è senza uguali. Per le sculture mobili ha usato oggetti comuni e curiosi, quali barattoli del caffè, scatole di fiammiferi e pezzi di vetro colorato. I suoi materiali preferiti, tuttavia, erano il legno e il metallo, dipinti rigorosamente con i colori primari, rosso, giallo e blu, e di bianco o di nero.
Con le sue figure in filo di ferro, ha contributo in modo originale all’evoluzione della ritrattistica.

mercoledì 22 luglio 2009

Biennale di Venezia. Le ceneri di Pasolini di Alfredo Jaar

il nuovo video dell'artista cileno Alfredo Jaar ritorna a Pasolini per parlare dell'italia berlusconiana



Il progetto espositivo più riuscito della Biennale di Venezia di quest'anno è forse il Fear Pavillon - Pavéllon de la urgencia, concepito e curato dall'artista e curatore Jota Castro, del quale abbiamo già presentato il percorso espositivo e lo statement curatoriale. E' qui che è stato presentato in anteprima l'ultimo progetto video di Alfredo Jaar. Si tratta di un omaggio a Pier Paolo Pasolini, lettura lucida e spietata di un Italia consumata dalla società dello Spettacolo.

Articoli Collegati

* Biennale di Venezia 09. The fear society: l'arte fronteggia la paura

E' stato a detta di molti, tra critici, curatori ed artisti, il Fear Pavillon - Pavéllon de la urgencia, il progetto curatoriale più riuscito e concluso della Biennale di Venezia 09. Come il suo curatore Jota Castro ha illusrato nell'intervista che abbiamo raccolto durante il vernissage, si è trattato di un progetto ben definito (a differenza della dispersione della Biennale di Birnbaum), mirato nel suo intento concettuale e politico. Uno spazio in cui far emergere una riflessione sulle paure di questo anno iniziato all'insegna della crisi, dell'incertezza, della precarietà.

La paura è fuori o dentro di noi? Quali sono le emergenze di questo inizio di XXI secolo? L'esplosione di un sistema bancario mal regolato? Gli spostamenti di masse umane in cerca del sogno occidentale? La costruzione di muri fisici e virtuali eretti per mantenere la ricchezza ed i privilegi dei paesi ricchi?

La televisione ci bombarda quotidianamente di visioni allarmanti: collassi economici, fame, povertà, bombardamenti, guerre, violenza. Questo flusso di immagini fa parte della nostra cultura visiva quotidiana. Sta agli artisti, sembra spiegare la mostra, fermare il flusso discontinuo e farci riflettere sul vero significato delle circostanze che viviamo.

Un artista cileno e residente negli Stati Uniti sembra averlo fatto mettendoci davanti allo specchio: in quanto italiani ed in quanto consumatori dei contenuti diffusi dai mezzi di comunicazione di massa. Si tratta di Alfredo Jaar, già da anni frequentatore assiduo di Biennali, noto per il suo tentativo di trasporre sul piano estetico l'impegno a mettere a fuoco il presente in cui viviamo. Immigrazione e guerre per il petrolio, fame, violenza e dittature globali, gli argomenti a cui si è avvicinato.

Nel milieu intellettuale della società latino americana, ed il Cile non fa eccezione in questo, guardare ai pensatori politici italiani del Secondo dopoguerra ha fatto parte integrante della formazione culturale di molti intellettuali e scrittori, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta. Insieme a Gramsci, Pasolini è uno degli intellettuali italiani più seguiti e citati, in America Latina ed anche - in tempi più recenti - nella letteratura critica anglofona contemporanea.


In questo Jaar è figlio della sua cultura e dopo anni in cui si è dedicato, in Italia, a recuperare il lavoro concettuale di Gramsci, è passato a Pasolini attraverso un gioco di parole. Le ceneri di Gramsci sono diventate Le ceneri di Pasolini, titolo dell'omaggio al poea, critico e intellettuale italiano, presentato al Padiglione della paura.

Si tratta di un video che integra parti originali, filmate in Italia nei luoghi chiave della vita di Pasolini, a immagini di repertorio, tratte da telegiornali, talk show, film di Pasolini stesso. Un viaggio che parte dalla morte di Pasolini come fatto di cronaca: le immagini dell'epoca girate sul luogo del ritrovamento del suo corpo morto, il funerale, i suoi amici che ne parlano (ed è toccante sentire Alberto Moravia che grida in un'intervista «hanno ucciso un poeta. Ma lo sapete quanti poeti esistono? Forse uno o due ogni secolo...»).

Ma poi il percorso si sposta ed invece di parlare della morte di Pasolini, ci troviamo di fronte a Pasolini che parla dell'Italia. E non è di politica partitica che si parla, ma del ruolo devastante che i media hanno avuto nel Paese. La televisione come oppio dei popoli, le comunicazioni di massa come strumento di controllo, proprietà di un potere retrogrado, conservatore, occupato a mantenere il suo status quo. Un percorso che fa irrigidire e soffrire chi guarda il video: passo dopo passo, attraverso pezzi di film ed interviste televisive (tra le quali quella storica con Enzo Biagi) ci troviamo di fronte alla realtà. Tutto quello che Pasolini diceva sulla società dello spettacolo non solo era vera, ma si sta perpetuando con intensità maggiore. Quel video è lo specchio dell'Italia di oggi.

E' la storia che si ripete, come ci ricorda a fine video, una sequenza in cui la gioia vuota e sfocata degli utenti degli autoscontri ripresi solo qualche mese fa, si accompagna a una hit pop degli anni Novanta qui particolarmente appropriata: Shirley Bassey remixata dai Propellerheads che canta «The newspapers shout a new style is growing,
but it don't know if it's coming or going,
there is fashion, there is fad
some is good, some is bad
and the joke is rather sad,
that its all just a little bit of history repeating».

da http://www.agenziami.it lucrezia cippitelli

domenica 31 maggio 2009

Il Cerchio




Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza inizio né fine, né variazione; questo fa sì che esso possa rappresentare il tempo, il quale a sua volta, può essere definito come una successione continua e invariabile di istanti tutti identici gli uni agli altri.
Il cerchio può rappresentare anche il cielo, dal movimento circolare e inalterabile. Il cielo stesso diventa simbolo, il simbolo del mondo spirituale, invisibile e trascendente, ma più direttamente il cerchio simbolizza il cielo cosmico soprattutto nei suoi rapporti con la terra.

Kandinskij

Il cerchio è un punto esteso e partecipa della sua perfezione. Il punto e il cerchio hanno delle proprietà simboliche comuni: perfezione, omogeneità, assenza di distinzione o di divisione. Può anche rappresentare non più le perfezioni nascoste del punto primordiale, ma gli effetti creati; in altre parole, il mondo in quanto si distingue dal suo principio

Delaunay

Nel buddismo Zen troviamo spesso disegni di cerchi concentrici, che rappresentano l'ultima tappa del perfezionamento interiore, l'acquisizione dell'armonia dello spirito, è anche simbolo del tempo: la ruota gira. Fin dalla più remota antichità, il cerchio è servito a indicare la totalità e la perfezione e a inglobare il tempo, per misurarlo meglio; i Babilonesi lo hanno utilizzato per misurare il tempo. Nel mondo celtico ha una funzione e un valore magici. Esprime inoltre l'eterno soffio della divinità.

Un cerchio di Sole di Thierry Teneul. Val di Sella

Il sole e l'oro sono indicati con un cerchio. Nell'antichità il piano circolare è associato al culto del fuoco, degli eroi e della divinità. Jung ha mostrato che il simbolo del cerchio è un'immagine archetipica della totalità della psiche, il simbolo del Sé. In quanto forma avvolgente, un circuito chiuso, il cerchio è simbolo di protezione. Il cerchio protettore prende forma, per l'individuo, dell'anello, del braccialetto, della collana, della cintura.

sabato 9 maggio 2009

Simboli e archetipi nella scultura di A. Pomodoro

Disco Solare di A. Pomodoro e i simboli magici dei pentacoli

Nell’autunno del 2004, sul domenicale del Sole24ore, è stato pubblicato un articolo di Arnaldo Pomodoro in cui dichiarava di essere sempre stato, nell'ambito del suo lavoro, interessato ai maghi, alla magia e al mistero.

La sua carriera comincia con la lavorazione dei metalli preziosi assieme al fratello Giò.
Lo spirito alchemico dell'artista si esprime nella antica tecnica della trasformazione della materia.
La sua arte è dominata da un rigoroso spirito geometrico, per cui ogni forma ridotta all'essenzialità volumetrica, è archetipo. La sfera, il cubo, il cilindro, il cono, il parallelepipedo e altri solidi, sono nettamente tagliati e ricollocati in schiere rettilinee o circolari paragonabili alle rapide successioni delle note in una composizione musicale o ad ingranaggi di misteriosi macchinari nascosti nell'interno di massicci contenitori (globi, colonne continue, cubi, dischi) e resi parzialmente visibili dagli squarci e dai tagli che rompono le lisce superfici di questi stessi corpi.
Lo spazio esterno non esiste tutto si svolge all'interno delle pareti lisce e lucenti rotte da un sordo dolore che genera crepe, che come ferite testimoniano il disagio dell'uomo industrializzato divenuto macchina egli stesso.
Con la scultura di Pomodoro si supera l’idea di forma chiusa, di plastica definita ma anche l’atra più stimolante di forma aperta e pittorica a cui ci aveva avviato Medardo Rosso.Pentacolo. Nei trattati di magia si dà il nome di pentacolo a un sigillo magico impresso su pergamena vergine fatta con pelle di capro o inciso su metallo prezioso come l'oro o l'argento. Questi sigilli si ritiene che siano in rapporto con realtà invisibili delle quali fanno dividere i poteri. Rappresentano, captano e mobilitano ad un tempo le forze occulte.

Si incontra nelle sue opere una spinta segreta dell’inconscio rivelatrice di complessi ancestrali, di tensioni e di fughe represse, di vitalità contenute ma originarie. L’apparente freddezza rivelata dalle lucide superfici del bronzo è l’accento originale del suo linguaggio che nasconde un fuoco inconscio ed evoca i fermenti segreti della materia.
L’arte, secondo la teoria di Jung, non troverebbe, come sosteneva Freud, la sua origine nella libido, ma sarebbe espressione di emozioni che emergono da archetipi presenti in un inconscio collettivo. La creazione artistica non avrebbe perciò origine nella conflittualità dell’individuo ma sarebbe necessità autonoma dell’essere umano.
L’arte così concepita, diviene attività di rigenerazione collettiva là dove inizia il percorso di organizzazione simbolica soggettiva: con l’anima con il nostro sé, è possibile cercare un contatto attraverso il simbolo.
Il simbolo collega ciascuno al mistero del mondo e al suo stesso mistero: presenta l’enigma dell’identità e delle infinite attribuzioni di significato che può dare all’esistenza.

Manadel.Questo simbolo invoca le forze del perdono e della pace. Lo schema è quello della croce in forma a sei punte.Come il quadrato la croce rappresenta la terra.Diretta verso i quattro punti cardinali, è in primo luogo la base di tutti i simboli d'orientamento, ai diversi livelli d'esistenza dell'uomo. In essa si congiungono il cielo e la terra, si mescolano tempo e spazio. E' diffusione, emanazione ma anche raccoglimento e concentrazione.

Praticare il simbolo significa scoprirsi parte incompleta di qualcosa d’altro a cui ci si può riunire sfidando il confine che ci separa dal mondo originario delle pulsioni. All’io cosciente, dunque, è dato di ricongiungersi con l’anima sua origine, per non perdersi e non perderla.
Nelle sfere e nelle colonne corrose dai tagli che svelano il moltiplicarsi di misteriosi ingranaggi, l’artista racconta l’incontro con l’elemento tecnologico. E’ la condizione dell’uomo post-industriale divenuto macchina egli stesso ma anche l’aspirazione dialettica tra l’elevazione cosmica (raffigurata dal cerchio e dalla sfera) e il dialogo sociale con l’ambiente e la gente di tutti i ceti.
Pomodoro assume come fondamento del suo lavoro la dualità di tensioni fra il segno e la materia come espressione dell’incontro dell’io con l’altro da sé e come traduzione dell’essere nel mondo.
I miti tecnologici e fantascientifici entrano in attrito con l’uomo, con il suo livello primario, naturale del suo esistere.
L’io e l’esistenza hanno finito per rovesciare la loro funzione, la visione positiva e unitaria del mondo non può essere che falsa.

Letture Consigliate
Libro per le Sculture di Arnaldo Pomodoro, (1974) G. Mazzotta, Milano
U. Galimberti, Psiche e Techne – l’uomo nell’età della tecnica, (2003) Saggi Universale, Feltrinelli
Paul Virilio, l’Arte dell’accecamento, (2005) Raffaello Cortina Editore, Milano
Angela Vettese, Artisti si diventa, (1998) Carocci, Roma
Il Dizionario dei Simboli, (1998) Bur
Jung C.G., Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, (1959) Einaudi, Torino.

domenica 26 aprile 2009

ZURIGO RENDE OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI CON UNA GRANDE MOSTRA .



Pier Paolo Pasolini a New York 1966 (© Duilio Pallottelli/ L'Europeo)

Il Museo Strauhof di Zurigo dedica a Pier Paolo Pasolini una mostra a tutto campo che non ha precedenti in Svizzera. "Pier Paolo Pasolini - Who is me" mette in luce l'enorme talento di uno degli artisti e intellettuali più straordinari e controcorrente del 20esimo secolo.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) è noto internazionalmente soprattutto per i suoi film polarizzanti e provocatori ma sono in pochi a conoscere la vastità e la multimedialità della sua opera. "Nella Svizzera tedesca Pasolini scrittore non è conosciuto per niente, forse si conosce il provocatore degli 'Scritti Corsari' ma non il romanziere e il poeta" spiega a swissinfo Ricarda Gerosa che insieme a Peter Erismann ha curato l'esposizione. "Noi invece volevamo far vedere l'intero Pasolini per far conoscere tutte le forme espressive che ha usato. Abbiamo voluto mostrare sia i film che i romanzi, ma anche la lirica e la pittura."

Ricchezza e varietà di una figura complessa

Dotato di un talento pluridisciplinare eccezionale, Pasolini si è servito di molti linguaggi espressivi per riflettere in modo sincero e lucido su temi arcaici come la vita, il destino degli uomini, la sessualità, la religione e la morte.

Poeta, romanziere, sceneggiatore per il teatro e il cinema, autore di saggi politico-culturali e di critica letteraria nonché di articoli fustigatori della società italiana, Pasolini ha praticato, oltre al linguaggio cinematografico anche la pittura e il disegno.

Ambizioso o quanto meno difficile quindi presentare una mostra capace di render conto della ricchezza artistica, intellettuale e umana di una figura complessa, contraddittoria, scomoda e combattiva come quella di Pasolini. Ma, bisogna ammetterlo, il risultato supera ogni aspettativa grazie a un'intelligente ed efficace strategia adottata dai curatori.

Un poema bio-bibliografico come filo conduttore

"L'opera di Pasolini è estremamente vasta e non è stato facile fare una scelta" ci spiega Peter Erismann. "Ciò che ci ha aiutati è stato un poema autobiografico molto lungo - il cui titolo originale era "Who is me", poi rinominato come "Poeta delle Ceneri" - che Pasolini scrisse nel 1966 a New York in occasione di un soggiorno negli Stati Uniti."

In questo componimento, costruito come una sorta di intervista con un giornalista americano, Pasolini ripercorre alcune tappe della propria vita ma anche della propria produzione artistica, cominciando dalla sua giovinezza in Friuli fino al presente.

"Quest'opera ci ha aiutati moltissimo - prosegue Erismann - è stata come una sorta di filo conduttore, un filo rosso lungo il quale abbiamo sviluppato il progetto espositivo. E sulla base di questo poema abbiamo individuato 24 lemmi chiave che ci hanno permesso di descrivere la sua opera e la sua vita."

Un piccolo dizionario orientativo

In un certo senso potremmo dire che è Pasolini stesso a suggerire i temi del suo cosmo bio-bibliografico. Gli organizzatori li hanno poi frammentati in una sorta di piccolo dizionario che, attraverso rimandi e collegamenti tra le diverse voci, aiuta i visitatori a seguire la complessa vicenda esistenziale, artistica e intellettuale di questo autore. Amicizie, Borghesia, Cinema, Comunismo, Diversità sessuale, Friulano, Impegno, Madre, Morte, Pittura e Disegno, Poesia, Processi, Sacralità, Teatro, Romanzi Romani sono solo alcuni dei 24 lemmi in cui si snoda il percorso espositivo.

A ognuno di essi corrisponde una postazione nella quale, attraverso documenti, lettere, dattiloscritti, copioni, ma anche articoli di giornale e materiale fotografico, ogni tema viene illustrato nel dettaglio mettendo in luce in una prospettiva tutta pasoliniana il legame indissolubile tra gli aspetti biografici e artistici che hanno caratterizzato la sua esistenza.

"Nelle vetrine si mischia di nuovo tutto" precisa Ricarda Gerosa. "Ad esempio in quella che presenta la parola madre non si trovano solo foto o materiale biografico ma anche come la figura della madre è entrata nella sua opera. In questo modo abbiamo voluto far vedere che tutti i temi di Pasolini possono migrare da un genere all'altro."

Un pensatore per immagini

L'opera cinematografica di Pasolini invece è sintetizzata magistralmente in un'installazione di Detlef Weitz e Dominique Müller nella quale una selezione di motivi e forme visuali dei film più importanti -tra cui La ricotta, Uccellacci e uccellini, Teorema, Salò- vengono proiettate in contemporanea su 12 schermi, mettendo in risalto in modo sorprendente l'estetica innovativa del linguaggio filmico di questo discusso regista.

"Fin dall'inizio ci era chiaro che volevamo mostrare anche il suo linguaggio filmico perché Pasolini ha sempre pensato per immagini" sottolina Erismann. "Era affascinato dalla pittura e lo si vede anche in diversi film dove fa delle allusioni alla pittura italiana del '400."

Non è quindi un caso che gli organizzatori abbiano scelto di accogliere il visitatore proprio con la proiezione di "Comizi d'amore" (1963-64), il documentario in cui Pasolini percorre la penisola chiedendo agli italiani la loro opinione sulla sessualità, l'erotismo e l'amore.

Questo film-inchiesta, ritenuto l'autoritratto più spassionato di Pasolini, sintetizza e anticipa in modo perfetto il concetto espositivo. In queste immagini infatti arte e vita sono fuse insieme, l'autore è dentro la sua opera, lo vediamo sullo schermo, ne sentiamo la voce e ne percepiamo i modi miti - eppure anche duri nella loro insistenza - nell'affrontare uno dei temi che ha avuto un ruolo chiave nella sua esistenza di artista e di uomo. ( Fonte: Swissinfo/ Autore: Paola Beltrame)

.

giovedì 16 aprile 2009

Tino Vaglieri

Tino Vaglieri, Morte del Minatore, 1956, olio su tela

In questo breve testo raccolgo le parole, che più amo ricordare, di un vecchio amico pittore

“... Se io sono un pessimista lo sono così, per carattere, ma sono anche ottimista, sono terribilmente ottimista, porto avanti delle cose rischiando tutto, fregandomene di rischiare. Sono pessimista perchè non credo che ci sia qualcuno che ti paghi quando fai le cose, non ti paga proprio nessuno, le fai perchè lo vuoi tu. Non c'è spiegazione, la spiegazione la dai tu. Tu fai, fai e basta. Non c'è bene che tenga ne male. Quello che tu sei portato a fare, lo fai. La responsabilità è tutta nostra.”
Intervista a Tino Vaglieri, A. Palumbo, Realismo Esistenziale – Testimonianze, Tesi, Accademia di Brera, Milano, 1998

Tino Vaglieri nel suo studio di via Lazzaro Papi