domenica 14 marzo 2010

giovedì 25 febbraio 2010

“Faber” unico e universale ......




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Arriva a Roma l’esposizione multimediale e interattiva che racconta la vita di Fabrizio De André



Anche Roma, dopo Genova e Nuoro, rende omaggio a Fabrizio De André ospitando negli spazi espositivi del Museo dell’Ara Pacis, dal 24 febbraio al 30 maggio 2010

A 70 anni della nascita di Faber un percorso multimediale ideato da Studio Azzurro ne racconta la vita, la musica, le passioni che lo hanno reso unico e universale, interprete e in alcuni casi anticipatore, dei mutamenti e delle trasformazioni della contemporaneità.

“Fabrizio De André. La mostra”, a cura di Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia, è una sorta di narrazione virtuale, multimediale e interattiva che propone al pubblico un’esperienza emozionale nell’universo di“Faber”.
Scrivono i curatori: “Fabrizio aveva fatto sua la massima di Leonardo Sciascia, secondo cui un uomo di cultura ha il dovere di esprimersi in maniera popolare. La sua intelligenza aveva trovato fiato nella forma canzone. Attraverso questa ha sempre cercato di risvegliarci dal sonno della coscienza, dall’appiattimento programmato di un pensiero sbrigativo e di comportamenti asserviti. Con rabbia, con satira feroce, con semplice genialità, con quella sua dolce anarchia che voleva ricordarci, in ogni modo, di pensare con la nostra testa. La rivoluzione comincia dentro ciascuno di noi”.

La mostra affronta i grandi temi della poetica di De Andrè: la società del benessere e il boom economico degli anni ’60, gli emarginati e i vinti, la libertà, l’anarchia e l’etica, gli scrittori e gli chansonniers, le donne e l’amore, la ricerca musicale e linguistica, l’attualità nella cronaca, i luoghi rappresentativi della sua vita.

Accolgono il visitatore sei schermi trasparenti allineati in prospettiva ottica che raccontano altrettanti temi: Genova, l'amore, la guerra, la morte, l'anarchia, gli ultimi. Un percorso interattivo racconta la produzione discografica di Fabrizio. Una serie di piccoli pannelli,che riproducono le copertine dei principali dischi di studio, possono essere scelti e posizionati su appositi tavoli multimediali, attivando una serie di proiezioni.
Il visitatore potrà così “incontrare” Fabrizio, i suoi amici e collaboratori, il critico Riccardo Bertoncelli che, con i loro contributi, inquadreranno il periodo storico e il clima sociale in cui quel disco è stato prodotto, i meccanismi della scrittura e della registrazione.

Nel terzo ambiente appaiono i personaggi delle canzoni di Fabrizio. Vicino ai tarocchi originali, creati da Pepi Morgia per la scenografia della tournée de “Le nuvole”, sono posizionati tre schermi della stessa forma e dimensione. Sono tarocchi virtuali dentro cui appaiono trentuno personaggi. In uno spazio attiguo troviamo il pianoforte di Fabrizio anche una Sala Cinema - Fabrizio in video. Una dettagliata cronologia e nuovi “sguardi d’autore”, con stampe fotografiche di grande formato. Il visitatore potrà scegliere tra 25 immagini riprodotte su altrettante lastre di plexiglas che potranno essere inserite in apposite cornici su cavalletti, che ricordano in maniera stilizzata i vecchi banchi ottici. Una volta posizionate, le lastre attiveranno una serie di proiezioni di immagini, filmati, videointerviste e altro ancora, legati a un determinato periodo della vita di Fabrizio.
E infine nella nicchia sotto il monumento dell’Ara Pacis, Tracce di una vita quattro teche raccolgono una selezione di significative tracce di una vita.

Una mostra che invita il visitatore ad essere attivo a scegliere la propria immagine di “Faber” da sviluppare per sé, in relazione con il proprio vissuto.

venerdì 25 settembre 2009

Alexander Calder quando giocare è un arte.

Calder nel suo studio a Parigi


Tra i maggiori innovatori della scultura del XX secolo, artista molto amato in America e tra i più acclamati sulla scena internazionale, Calder, ha saputo cogliere lo spirito del suo tempo e fare del movimento, del colore e dell’ironia, le componenti fondanti della sua opera.
“..Quando ero piccolo possedevo molti giocattoli, ma non ero mai soddisfatto. Ogni giorno li ingrandivo e li abbellivo aggiungendo filo di ferro, rame e altri materiali... Più tardi ho giocato con giocattoli un po’ più complicati, ricchi di meccanismi...”
I mobiles, così chiamati da Duchamp, sculture di dimensioni, forme e colori diversi, lo hanno reso famoso in tutto il mondo e hanno rivoluzionato i principi dell’arte plastica, che per secoli era stata considerata come l’opposto del movimento. Parallelamente ai mobiles, Calder ha realizzato anche numerosi stabiles, sculture statiche costituite da piastre di metallo fissate con i bulloni. Negli anni ’60 e ’70, mobiles e stabiles hanno raggiunto dimensioni monumentali.
Calder nasce da una famiglia di artisti. Suo nonno, di origine scozzese, e suo padre erano entrambi scultori accademici di impronta neoclassica, ciò nonostante lo stile di Calder è assolutamente distante dalla tradizione accademica a cui essi si rifacevano.
Si laurea nel 1919 in Ingegneria Meccanica. Dopo la laurea intraprende diversi tipi di lavoro ma sempre con scarsa soddisfazione. Decide così di diventare un artista.
Guadagna il suo primo stipendio come artista nel 1924, quando comincia a lavorare come illustratore freelance per la National Police Gazette. Nel 1925, ottiene dal giornale un biglietto per assistere a due settimane di spettacolo del circo Ringling Brothers and Barnum & Bailey. Fu disegnando i numeri del circo, con le loro rapide sequenze di eventi, che Calder cominciò a esercitare la capacità di osservazione e la fluidità di disegno che avrebbero poi sempre caratterizzatole sue opere. Calder, che ha cominciato la sua carriera come pittore, ha realizzato dipinti, disegni, gouches, giocattoli umoristici, gioielli, arazzi e oggetti domestici d’ogni tipo, libri illustrati, litografie, le automobili e gli aerei dipinti.

Nel 1926 realizza il leggendario Cirque Calder in miniatura: per lo scultore, il circo, è stata una passione durata per oltre trent’anni che lo ha portato a realizzare miniature composte da più di 50 elementi con i materiali più disparati attinti dalla quotidianità. Oggetti curiosi, quali scatole di fiammiferi, pezzi di plastica colorata, tappi di sughero, filo metallico stoffa e quant’altro sono stati trasformati dalle mani dell’artista in splendidi personaggi, animali e attrezzi curiosi di un circo immaginario e ludico. Tra gli scultori contemporanei, l’amore di Calder per la sperimentazione è senza uguali. Per le sculture mobili ha usato oggetti comuni e curiosi, quali barattoli del caffè, scatole di fiammiferi e pezzi di vetro colorato. I suoi materiali preferiti, tuttavia, erano il legno e il metallo, dipinti rigorosamente con i colori primari, rosso, giallo e blu, e di bianco o di nero.
Con le sue figure in filo di ferro, ha contributo in modo originale all’evoluzione della ritrattistica.

mercoledì 22 luglio 2009

Biennale di Venezia. Le ceneri di Pasolini di Alfredo Jaar

il nuovo video dell'artista cileno Alfredo Jaar ritorna a Pasolini per parlare dell'italia berlusconiana



Il progetto espositivo più riuscito della Biennale di Venezia di quest'anno è forse il Fear Pavillon - Pavéllon de la urgencia, concepito e curato dall'artista e curatore Jota Castro, del quale abbiamo già presentato il percorso espositivo e lo statement curatoriale. E' qui che è stato presentato in anteprima l'ultimo progetto video di Alfredo Jaar. Si tratta di un omaggio a Pier Paolo Pasolini, lettura lucida e spietata di un Italia consumata dalla società dello Spettacolo.

Articoli Collegati

* Biennale di Venezia 09. The fear society: l'arte fronteggia la paura

E' stato a detta di molti, tra critici, curatori ed artisti, il Fear Pavillon - Pavéllon de la urgencia, il progetto curatoriale più riuscito e concluso della Biennale di Venezia 09. Come il suo curatore Jota Castro ha illusrato nell'intervista che abbiamo raccolto durante il vernissage, si è trattato di un progetto ben definito (a differenza della dispersione della Biennale di Birnbaum), mirato nel suo intento concettuale e politico. Uno spazio in cui far emergere una riflessione sulle paure di questo anno iniziato all'insegna della crisi, dell'incertezza, della precarietà.

La paura è fuori o dentro di noi? Quali sono le emergenze di questo inizio di XXI secolo? L'esplosione di un sistema bancario mal regolato? Gli spostamenti di masse umane in cerca del sogno occidentale? La costruzione di muri fisici e virtuali eretti per mantenere la ricchezza ed i privilegi dei paesi ricchi?

La televisione ci bombarda quotidianamente di visioni allarmanti: collassi economici, fame, povertà, bombardamenti, guerre, violenza. Questo flusso di immagini fa parte della nostra cultura visiva quotidiana. Sta agli artisti, sembra spiegare la mostra, fermare il flusso discontinuo e farci riflettere sul vero significato delle circostanze che viviamo.

Un artista cileno e residente negli Stati Uniti sembra averlo fatto mettendoci davanti allo specchio: in quanto italiani ed in quanto consumatori dei contenuti diffusi dai mezzi di comunicazione di massa. Si tratta di Alfredo Jaar, già da anni frequentatore assiduo di Biennali, noto per il suo tentativo di trasporre sul piano estetico l'impegno a mettere a fuoco il presente in cui viviamo. Immigrazione e guerre per il petrolio, fame, violenza e dittature globali, gli argomenti a cui si è avvicinato.

Nel milieu intellettuale della società latino americana, ed il Cile non fa eccezione in questo, guardare ai pensatori politici italiani del Secondo dopoguerra ha fatto parte integrante della formazione culturale di molti intellettuali e scrittori, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta. Insieme a Gramsci, Pasolini è uno degli intellettuali italiani più seguiti e citati, in America Latina ed anche - in tempi più recenti - nella letteratura critica anglofona contemporanea.


In questo Jaar è figlio della sua cultura e dopo anni in cui si è dedicato, in Italia, a recuperare il lavoro concettuale di Gramsci, è passato a Pasolini attraverso un gioco di parole. Le ceneri di Gramsci sono diventate Le ceneri di Pasolini, titolo dell'omaggio al poea, critico e intellettuale italiano, presentato al Padiglione della paura.

Si tratta di un video che integra parti originali, filmate in Italia nei luoghi chiave della vita di Pasolini, a immagini di repertorio, tratte da telegiornali, talk show, film di Pasolini stesso. Un viaggio che parte dalla morte di Pasolini come fatto di cronaca: le immagini dell'epoca girate sul luogo del ritrovamento del suo corpo morto, il funerale, i suoi amici che ne parlano (ed è toccante sentire Alberto Moravia che grida in un'intervista «hanno ucciso un poeta. Ma lo sapete quanti poeti esistono? Forse uno o due ogni secolo...»).

Ma poi il percorso si sposta ed invece di parlare della morte di Pasolini, ci troviamo di fronte a Pasolini che parla dell'Italia. E non è di politica partitica che si parla, ma del ruolo devastante che i media hanno avuto nel Paese. La televisione come oppio dei popoli, le comunicazioni di massa come strumento di controllo, proprietà di un potere retrogrado, conservatore, occupato a mantenere il suo status quo. Un percorso che fa irrigidire e soffrire chi guarda il video: passo dopo passo, attraverso pezzi di film ed interviste televisive (tra le quali quella storica con Enzo Biagi) ci troviamo di fronte alla realtà. Tutto quello che Pasolini diceva sulla società dello spettacolo non solo era vera, ma si sta perpetuando con intensità maggiore. Quel video è lo specchio dell'Italia di oggi.

E' la storia che si ripete, come ci ricorda a fine video, una sequenza in cui la gioia vuota e sfocata degli utenti degli autoscontri ripresi solo qualche mese fa, si accompagna a una hit pop degli anni Novanta qui particolarmente appropriata: Shirley Bassey remixata dai Propellerheads che canta «The newspapers shout a new style is growing,
but it don't know if it's coming or going,
there is fashion, there is fad
some is good, some is bad
and the joke is rather sad,
that its all just a little bit of history repeating».

da http://www.agenziami.it lucrezia cippitelli

domenica 31 maggio 2009

Il Cerchio




Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza inizio né fine, né variazione; questo fa sì che esso possa rappresentare il tempo, il quale a sua volta, può essere definito come una successione continua e invariabile di istanti tutti identici gli uni agli altri.
Il cerchio può rappresentare anche il cielo, dal movimento circolare e inalterabile. Il cielo stesso diventa simbolo, il simbolo del mondo spirituale, invisibile e trascendente, ma più direttamente il cerchio simbolizza il cielo cosmico soprattutto nei suoi rapporti con la terra.

Kandinskij

Il cerchio è un punto esteso e partecipa della sua perfezione. Il punto e il cerchio hanno delle proprietà simboliche comuni: perfezione, omogeneità, assenza di distinzione o di divisione. Può anche rappresentare non più le perfezioni nascoste del punto primordiale, ma gli effetti creati; in altre parole, il mondo in quanto si distingue dal suo principio

Delaunay

Nel buddismo Zen troviamo spesso disegni di cerchi concentrici, che rappresentano l'ultima tappa del perfezionamento interiore, l'acquisizione dell'armonia dello spirito, è anche simbolo del tempo: la ruota gira. Fin dalla più remota antichità, il cerchio è servito a indicare la totalità e la perfezione e a inglobare il tempo, per misurarlo meglio; i Babilonesi lo hanno utilizzato per misurare il tempo. Nel mondo celtico ha una funzione e un valore magici. Esprime inoltre l'eterno soffio della divinità.

Un cerchio di Sole di Thierry Teneul. Val di Sella

Il sole e l'oro sono indicati con un cerchio. Nell'antichità il piano circolare è associato al culto del fuoco, degli eroi e della divinità. Jung ha mostrato che il simbolo del cerchio è un'immagine archetipica della totalità della psiche, il simbolo del Sé. In quanto forma avvolgente, un circuito chiuso, il cerchio è simbolo di protezione. Il cerchio protettore prende forma, per l'individuo, dell'anello, del braccialetto, della collana, della cintura.

sabato 9 maggio 2009

Simboli e archetipi nella scultura di A. Pomodoro

Disco Solare di A. Pomodoro e i simboli magici dei pentacoli

Nell’autunno del 2004, sul domenicale del Sole24ore, è stato pubblicato un articolo di Arnaldo Pomodoro in cui dichiarava di essere sempre stato, nell'ambito del suo lavoro, interessato ai maghi, alla magia e al mistero.

La sua carriera comincia con la lavorazione dei metalli preziosi assieme al fratello Giò.
Lo spirito alchemico dell'artista si esprime nella antica tecnica della trasformazione della materia.
La sua arte è dominata da un rigoroso spirito geometrico, per cui ogni forma ridotta all'essenzialità volumetrica, è archetipo. La sfera, il cubo, il cilindro, il cono, il parallelepipedo e altri solidi, sono nettamente tagliati e ricollocati in schiere rettilinee o circolari paragonabili alle rapide successioni delle note in una composizione musicale o ad ingranaggi di misteriosi macchinari nascosti nell'interno di massicci contenitori (globi, colonne continue, cubi, dischi) e resi parzialmente visibili dagli squarci e dai tagli che rompono le lisce superfici di questi stessi corpi.
Lo spazio esterno non esiste tutto si svolge all'interno delle pareti lisce e lucenti rotte da un sordo dolore che genera crepe, che come ferite testimoniano il disagio dell'uomo industrializzato divenuto macchina egli stesso.
Con la scultura di Pomodoro si supera l’idea di forma chiusa, di plastica definita ma anche l’atra più stimolante di forma aperta e pittorica a cui ci aveva avviato Medardo Rosso.Pentacolo. Nei trattati di magia si dà il nome di pentacolo a un sigillo magico impresso su pergamena vergine fatta con pelle di capro o inciso su metallo prezioso come l'oro o l'argento. Questi sigilli si ritiene che siano in rapporto con realtà invisibili delle quali fanno dividere i poteri. Rappresentano, captano e mobilitano ad un tempo le forze occulte.

Si incontra nelle sue opere una spinta segreta dell’inconscio rivelatrice di complessi ancestrali, di tensioni e di fughe represse, di vitalità contenute ma originarie. L’apparente freddezza rivelata dalle lucide superfici del bronzo è l’accento originale del suo linguaggio che nasconde un fuoco inconscio ed evoca i fermenti segreti della materia.
L’arte, secondo la teoria di Jung, non troverebbe, come sosteneva Freud, la sua origine nella libido, ma sarebbe espressione di emozioni che emergono da archetipi presenti in un inconscio collettivo. La creazione artistica non avrebbe perciò origine nella conflittualità dell’individuo ma sarebbe necessità autonoma dell’essere umano.
L’arte così concepita, diviene attività di rigenerazione collettiva là dove inizia il percorso di organizzazione simbolica soggettiva: con l’anima con il nostro sé, è possibile cercare un contatto attraverso il simbolo.
Il simbolo collega ciascuno al mistero del mondo e al suo stesso mistero: presenta l’enigma dell’identità e delle infinite attribuzioni di significato che può dare all’esistenza.

Manadel.Questo simbolo invoca le forze del perdono e della pace. Lo schema è quello della croce in forma a sei punte.Come il quadrato la croce rappresenta la terra.Diretta verso i quattro punti cardinali, è in primo luogo la base di tutti i simboli d'orientamento, ai diversi livelli d'esistenza dell'uomo. In essa si congiungono il cielo e la terra, si mescolano tempo e spazio. E' diffusione, emanazione ma anche raccoglimento e concentrazione.

Praticare il simbolo significa scoprirsi parte incompleta di qualcosa d’altro a cui ci si può riunire sfidando il confine che ci separa dal mondo originario delle pulsioni. All’io cosciente, dunque, è dato di ricongiungersi con l’anima sua origine, per non perdersi e non perderla.
Nelle sfere e nelle colonne corrose dai tagli che svelano il moltiplicarsi di misteriosi ingranaggi, l’artista racconta l’incontro con l’elemento tecnologico. E’ la condizione dell’uomo post-industriale divenuto macchina egli stesso ma anche l’aspirazione dialettica tra l’elevazione cosmica (raffigurata dal cerchio e dalla sfera) e il dialogo sociale con l’ambiente e la gente di tutti i ceti.
Pomodoro assume come fondamento del suo lavoro la dualità di tensioni fra il segno e la materia come espressione dell’incontro dell’io con l’altro da sé e come traduzione dell’essere nel mondo.
I miti tecnologici e fantascientifici entrano in attrito con l’uomo, con il suo livello primario, naturale del suo esistere.
L’io e l’esistenza hanno finito per rovesciare la loro funzione, la visione positiva e unitaria del mondo non può essere che falsa.

Letture Consigliate
Libro per le Sculture di Arnaldo Pomodoro, (1974) G. Mazzotta, Milano
U. Galimberti, Psiche e Techne – l’uomo nell’età della tecnica, (2003) Saggi Universale, Feltrinelli
Paul Virilio, l’Arte dell’accecamento, (2005) Raffaello Cortina Editore, Milano
Angela Vettese, Artisti si diventa, (1998) Carocci, Roma
Il Dizionario dei Simboli, (1998) Bur
Jung C.G., Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, (1959) Einaudi, Torino.

domenica 26 aprile 2009

ZURIGO RENDE OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI CON UNA GRANDE MOSTRA .



Pier Paolo Pasolini a New York 1966 (© Duilio Pallottelli/ L'Europeo)

Il Museo Strauhof di Zurigo dedica a Pier Paolo Pasolini una mostra a tutto campo che non ha precedenti in Svizzera. "Pier Paolo Pasolini - Who is me" mette in luce l'enorme talento di uno degli artisti e intellettuali più straordinari e controcorrente del 20esimo secolo.

Pier Paolo Pasolini (1922-1975) è noto internazionalmente soprattutto per i suoi film polarizzanti e provocatori ma sono in pochi a conoscere la vastità e la multimedialità della sua opera. "Nella Svizzera tedesca Pasolini scrittore non è conosciuto per niente, forse si conosce il provocatore degli 'Scritti Corsari' ma non il romanziere e il poeta" spiega a swissinfo Ricarda Gerosa che insieme a Peter Erismann ha curato l'esposizione. "Noi invece volevamo far vedere l'intero Pasolini per far conoscere tutte le forme espressive che ha usato. Abbiamo voluto mostrare sia i film che i romanzi, ma anche la lirica e la pittura."

Ricchezza e varietà di una figura complessa

Dotato di un talento pluridisciplinare eccezionale, Pasolini si è servito di molti linguaggi espressivi per riflettere in modo sincero e lucido su temi arcaici come la vita, il destino degli uomini, la sessualità, la religione e la morte.

Poeta, romanziere, sceneggiatore per il teatro e il cinema, autore di saggi politico-culturali e di critica letteraria nonché di articoli fustigatori della società italiana, Pasolini ha praticato, oltre al linguaggio cinematografico anche la pittura e il disegno.

Ambizioso o quanto meno difficile quindi presentare una mostra capace di render conto della ricchezza artistica, intellettuale e umana di una figura complessa, contraddittoria, scomoda e combattiva come quella di Pasolini. Ma, bisogna ammetterlo, il risultato supera ogni aspettativa grazie a un'intelligente ed efficace strategia adottata dai curatori.

Un poema bio-bibliografico come filo conduttore

"L'opera di Pasolini è estremamente vasta e non è stato facile fare una scelta" ci spiega Peter Erismann. "Ciò che ci ha aiutati è stato un poema autobiografico molto lungo - il cui titolo originale era "Who is me", poi rinominato come "Poeta delle Ceneri" - che Pasolini scrisse nel 1966 a New York in occasione di un soggiorno negli Stati Uniti."

In questo componimento, costruito come una sorta di intervista con un giornalista americano, Pasolini ripercorre alcune tappe della propria vita ma anche della propria produzione artistica, cominciando dalla sua giovinezza in Friuli fino al presente.

"Quest'opera ci ha aiutati moltissimo - prosegue Erismann - è stata come una sorta di filo conduttore, un filo rosso lungo il quale abbiamo sviluppato il progetto espositivo. E sulla base di questo poema abbiamo individuato 24 lemmi chiave che ci hanno permesso di descrivere la sua opera e la sua vita."

Un piccolo dizionario orientativo

In un certo senso potremmo dire che è Pasolini stesso a suggerire i temi del suo cosmo bio-bibliografico. Gli organizzatori li hanno poi frammentati in una sorta di piccolo dizionario che, attraverso rimandi e collegamenti tra le diverse voci, aiuta i visitatori a seguire la complessa vicenda esistenziale, artistica e intellettuale di questo autore. Amicizie, Borghesia, Cinema, Comunismo, Diversità sessuale, Friulano, Impegno, Madre, Morte, Pittura e Disegno, Poesia, Processi, Sacralità, Teatro, Romanzi Romani sono solo alcuni dei 24 lemmi in cui si snoda il percorso espositivo.

A ognuno di essi corrisponde una postazione nella quale, attraverso documenti, lettere, dattiloscritti, copioni, ma anche articoli di giornale e materiale fotografico, ogni tema viene illustrato nel dettaglio mettendo in luce in una prospettiva tutta pasoliniana il legame indissolubile tra gli aspetti biografici e artistici che hanno caratterizzato la sua esistenza.

"Nelle vetrine si mischia di nuovo tutto" precisa Ricarda Gerosa. "Ad esempio in quella che presenta la parola madre non si trovano solo foto o materiale biografico ma anche come la figura della madre è entrata nella sua opera. In questo modo abbiamo voluto far vedere che tutti i temi di Pasolini possono migrare da un genere all'altro."

Un pensatore per immagini

L'opera cinematografica di Pasolini invece è sintetizzata magistralmente in un'installazione di Detlef Weitz e Dominique Müller nella quale una selezione di motivi e forme visuali dei film più importanti -tra cui La ricotta, Uccellacci e uccellini, Teorema, Salò- vengono proiettate in contemporanea su 12 schermi, mettendo in risalto in modo sorprendente l'estetica innovativa del linguaggio filmico di questo discusso regista.

"Fin dall'inizio ci era chiaro che volevamo mostrare anche il suo linguaggio filmico perché Pasolini ha sempre pensato per immagini" sottolina Erismann. "Era affascinato dalla pittura e lo si vede anche in diversi film dove fa delle allusioni alla pittura italiana del '400."

Non è quindi un caso che gli organizzatori abbiano scelto di accogliere il visitatore proprio con la proiezione di "Comizi d'amore" (1963-64), il documentario in cui Pasolini percorre la penisola chiedendo agli italiani la loro opinione sulla sessualità, l'erotismo e l'amore.

Questo film-inchiesta, ritenuto l'autoritratto più spassionato di Pasolini, sintetizza e anticipa in modo perfetto il concetto espositivo. In queste immagini infatti arte e vita sono fuse insieme, l'autore è dentro la sua opera, lo vediamo sullo schermo, ne sentiamo la voce e ne percepiamo i modi miti - eppure anche duri nella loro insistenza - nell'affrontare uno dei temi che ha avuto un ruolo chiave nella sua esistenza di artista e di uomo. ( Fonte: Swissinfo/ Autore: Paola Beltrame)

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